L'infanzia disagiata. Effetti della povertà sul cervello. Parte I
La povertà che immiserisce l'infanzia in diverse aree del mondo è un problema da affrontare con la massima urgenza. A confermarlo, oggi, è anche la ricerca scientifica. Si è scoperto, infatti, che la povertà influisce negativamente sullo sviluppo cerebrale dei bambini.
Fondazione Patrizio Paoletti, ente nazionale di ricerca iscritto all'anagrafe del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, si impegna quotidianamente nell'esplorazione scientifica per analizzare approfonditamente le esigenze educative delle nuove generazioni. E proprio la scienza indica che fornire a tutti i bambini del mondo le stesse possibilità educative è la strada migliore da tracciare verso il nostro futuro.
Per questo gli interventi di scolarizzazione, assistenza sanitaria e nutrizionale della Fondazione Paoletti in Congo, Perù, Indonesia, Haiti e India sono ispirati alla promozione del diritto inviolabile di ogni bambino all’educazione, sancito nella "Convenzione europea per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza" (Assemblea Generale Nazioni Unite, 1989).
Negli ultimi anni il focus di molti ricercatori ha riguardato il modo in cui il contesto socio-economico in cui un bimbo vive influisce sul suo sviluppo cerebrale e sulle sue capacità intellettive.
Secondo gli studi degli psicologi dell’università della Pennsylvania Martha Farah e Daniel Hackman l’ambiente sociale in cui vive un bambino è fondamentale nel determinare, in fase di sviluppo, la piena espressione del suo potenziale intellettivo. Questi scienziati hanno scoperto che lo sviluppo cerebrale del bambino è fortemente influenzato dalla condizione economica della sua famiglia, così come dal benessere e dall’istruzione dei genitori: a risentire di una condizione sociale difficile sarebbero principalmente il linguaggio e la memoria. Secondo questi ricercatori la povertà agisce in misura tanto più negativa quanto più precocemente i bambini vi sono esposti durante lo sviluppo.
La psicologa Martha Farah ha osservato un campione di 60 bambini statunitensi in età prescolare, metà proveniente da famiglia di bassa estrazione sociale, l’altra metà da famiglia di media condizione. La ricercatrice ha assegnato ai bambini alcuni compiti che potessero attivare tutte le aree del cervello e ha esaminato la percezione spaziale e le capacità esecutive, ovvero la capacità di porsi obiettivi, di pianificare le azioni e di controllare gli impulsi.
I bambini in età prescolare con status socioeconomico medio hanno riportato negli esercizi risultati migliori dei bambini di bassa estrazione sociale. Questa tendenza è risultata particolarmente evidente in relazione alle capacità linguistiche e alle funzioni esecutive.
Questo dato risulta interessante se ricordiamo che le regioni cerebrali legate a questi compiti, ossia le aree linguistiche dell’emisfero sinistro e la corteccia prefrontale, continuano a svilupparsi dopo la nascita e sono quindi più esposte alle influenze ambientali.
Mark Kishiyama, psicologo dell’università della California a Berkeley, ha approfondito quest’ipotesi, confermando che nei bambini provenienti da famiglie meno agiate l’attività della corteccia prefrontale è meno vivace.
In generale, questi risultati hanno una spiegazione concreta: accade spesso che i bambini provenienti da famiglie con stato socio-economico basso vengano sottoposti a meno stimoli: leggono e giocano di rado prima dei 4 anni e ascoltano in media 30 milioni di parole in meno rispetto ai bambini di estrazione media.
Segue nella seconda parte (pubblicazione prevista per martedì 20 settembre 2011)
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